I colori del tempo di Cédric Klapisch

Il film racconta di un’eredità inattesa: in Francia contemporanea, un gruppo di persone — estranee tra loro — scopre di essere discendenti di una stessa donna, Adèle Meunier. La misteriosa eredità è una casa di campagna in Normandia, da tempo abbandonata.

Tra questi eredi, quattro — Seb, Abdel, Céline e Guy — decidono di investigare sulle origini della casa e della loro antenata, scavando in vecchie lettere, fotografie, dipinti e ricordi.

Parallelamente, il film riporta lo spettatore nella Parigi di fine Ottocento/inizio Novecento, mostrando la vita di Adèle: la sua partenza dalla provincia per raggiungere la capitale, la ricerca di radici e identità in un’epoca di grandi trasformazioni.

Così, il racconto oscilla tra due piani temporali — passato e presente — mettendo in dialogo generazioni, mode di vita, sensibilità diverse: un confronto tra ciò che siamo e ciò da cui veniamo.

Il film è un vero e proprio tributo all’arte della fine dell’Ottocento: pittura impressionista, fotografia nascente, primi sussulti di modernità.  

Il “ritorno al passato” non è nostalgico, ma poetico: le sequenze ambientate nella Belle Époque mostrano una Parigi vibrante, fatta di luce, di colori, di tensione verso il futuro.

Il regista crea un parallelo tra due epoche decisive per la modernità: il finire dell’Ottocento, quando nascevano la fotografia, il treno, l’idea stessa di città moderna, e il presente contemporaneo, dominato da nuove tecnologie e media.

Pur essendo un film di grande respiro storico e estetico, la narrazione è intimista: ruota intorno a personaggi “normali” (un regista disilluso, un insegnante in pensione, una donna in carriera, un apicoltore) — persone qualunque, con sogni, dubbi, paure.

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